Trucco e psiche

di Jole Anna Panzera

 

 

Capita spesso che nei rapporti interpersonali con la cliente, l’estetista si trovi a sostituire, o per lo meno abbozzare, la figura dello psicologo. La cliente chiede conforto, ascolto, dedizione, a una persona che si prenda <cura> di lei, e che sia a disposizione in un momento solo suo, dedicato solo a se stessa.

E’ così che abbandona ogni remora tra le affettuose e competenti braccia della professionista, dove pratiche come il massaggio e la cura del viso vengono a volte percepite come un contatto affettuoso: le stesse carezze e  cure non ricevute magari proprio nei momenti della vita in cui sarebbe stato necessario.

Non a caso un certo Wilhelm Reich, psicologo austriaco degli anni ’30, si è messo in evidenza nel percorso storico della psicologia proponendo e sperimentando un nuovo percorso, secondo il quale le condizioni fisiche e muscolari del soggetto sono inscindibilmente collegate allo stato psichico. Ha elaborato una nuova tecnica terapeutica per combattere la sofferenza interiore basata sulla tecnica del massaggio.

Durante il trattamento, gli strati muscolari vengono rilassati e decontratti, producendo un feedback positivo che effettua  un percorso a ritroso, e  tramite le vie nervose raggiunge i centri corticali, dove va a risanare gli scompensi dei processi mentali superiori. Gli artefici dello stesso disagio che ha agito come causa della contrazione muscolare prolungata e involontaria, e ha bersagliato settorialmente alcuni muscoli particolarmente coinvolgibili dalla tensione nervosa accumulata (tipici sono i muscoli trapezio, nella parte bassa del collo).

Reich non ha sottovalutato la componente emotiva, considerando l’individuo in una prospettiva olistica che coinvolge la persona in toto, e si allontana dal riduzionismo di alcune correnti di pensiero. La psicoterapia, quindi, per i seguaci di Reich, passa attraverso la pratica del massaggio, che serve da ponte di collegamento tra lo psichico e il corporeo. Nulla di diverso, come abbiamo visto, dalla modalità interazionale che avviene nel rapporto estetista/cliente, salvo le diverse competenze e  specializzazioni acquisite: è così che l’estetista si ritrova nei panni di colei che confessa e ascolta.

Con il rilassarsi, la cliente si lascia andare a ogni tipo di confidenze, a volte anche quelle più ardite, che non oserebbe mai condividere con nessuno.

Ma perché proprio a lei? L’estetista è una figura professionale con cui condivide ben poco della sua vita reale. Le due persone frequentano spesso mondi del tutto diversi, i cui personaggi raramente si incontrano. Vivono vite “parallele”, simili per condivisioni emotive e situazioni di vita pratica, ma spesso umanamente distanti. E’ così che la cliente sa di potersi rivelare senza rischi, dove anche se scappa un pettegolezzo, graviterà all’interno di un ambiente a lei estraneo, non andando a minare la sicurezza della sua privacy. Ma non sottovalutiamo la componente affettiva di alcuni rapporti che durano anche decine di anni, per cui le due donne (ma questo succede anche ai maschi), si ritrovano legate tra loro da un’autentica amicizia. I suggerimenti dell’operatore estetico sono ritenuti preziosi e insostituibili dal confidente, frutto di una relazione basata su stima e fiducia.

In psicologia cognitiva si chiama <psicologia del senso comune> quell’insieme di credenze basate su un vissuto collettivo che ha fatto derivare le sue leggi universali da  statistiche inconsapevoli basate su realtà vissute.

Ma cosa avviene invece nel rapporto tra truccatore e cliente?

Professionalmente il grado di interazione tra le due figure è alquanto diverso: il contatto intimo che il truccatore ha con la cliente è decisamente minimo, se non addirittura assente, la distanza interpersonale è minore e il contatto corporeo quasi nullo. Ma nonostante ciò, il legame che si instaura è profondo, basato su una conoscenza fatta di piccoli segnali, di quella comunicazione non-verbale che si nutre di messaggi silenziosi. E’ così che il truccatore competente avvia una lettura istintiva di tutti quei dettagli che dicono molto sulla personalità del soggetto. Il tipo di abbigliamento, gioielli e bigiotteria, scarpe e borsa, ma anche tipologia di telefonino e dell’orologio danno notizie sull’estrazione sociale e sulla realtà economica (presunta) del soggetto. Il modo di muoversi, gesticolare, sedersi, parlare, il tono e il timbro della voce ci trasmettono messaggi sulle caratteristiche del temperamento e dinamicità del soggetto. Tutti segnali colti inconsapevolmente dal truccatore esperto, immagazzinati ed elaborati assieme alla miriade di informazioni che la persona fornisce attraverso altre fonti, tra cui la comunicazione verbale.

Ma a differenza del linguaggio, gestito autonomamente e dipendente strumentalmente dalla volontà del soggetto, i messaggi non verbali spesso sono gestiti dal sistema nervoso autonomo (rossore, ansia, sudorazione delle mani), dandoci la percezione di una dimensione reale e non “raccontata” dello stato emotivo del soggetto.

Per valorizzare una persona non basta saper truccare ed aver acquisito le tecniche e i requisiti idonei, ma richiede soprattutto notevoli capacità introspettive ed empatiche.

Tramite queste condizioni mentali si è in grado in qualche modo di entrare nella mente dell’altro, dove leggerne la personalità e le aspettative. Condizioni indispensabili affinché il trucco non sia un maquillage qualsiasi fatto calzare a quell’individuo, ma bensì il <suo> trucco specifico, tramite il quale il soggetto sia in grado di riconoscersi ed apprezzarsi nella sua integrità e manifestare le proprie, uniche caratteristiche personali.

Così il truccatore viene investito della qualità di chi sa leggere la mente dell’altro, dove coglie gli aspetti più reconditi e inesauditi, che riesce magicamente a trasformare in bellezza. Creatore ed esaltatore del bello, scopre ed evidenzia anche il piccolo particolare nascosto, ma prezioso nella sua unicità.